Su certe grandi personalità non si finisce mai di imparare o di reimparare, perché i ripassi di tanto in tanto ci vogliono e giovano, e fanno sempre bene a chi non finisce mai di sbalordirsi di meraviglia. Michelangelo Buonarroti, come tutti i personaggi cardine della nostra tradizione artistica è una figura a sè che richiede di tornare a lui più e più volte, perché è importante avere chiara contezza del suo ruolo nella storia dell’arte di tutti i tempi. Nato in quel contesto storico definito Rinascimento nel quale un’intera generazione   di artisti ha dato il massimo splendore a qualsiasi forma di arte, Michelangelo fu tra i più longevi tra essi e potè godere dei suoi successi in vita pur rimanendo sempre il personaggio dal carattere taciturno e a tratti burbero che ebbe molto a scontrarsi spesso con committenti  e mecenati.

Michelangelo entrò in conflitto anche con sè stesso nella realizzazione della cappella Sistina nella quale si concentra e affronta la quasi totale biografia pittorica del Buonarroti, qui di fatto si conuma un periodo cruciale della sua appassionante esistenza: gli anni tra il 1508 e il 1512, quando giunse 33enne a Roma chiamato da Giuliano della Rovere , il papa mecenate Giulio II , che gli affidò l’arduo compito di decorare la volta della Cappella Sistina (con l’esecuzione della grande parete con il Giudizio Universale, realizzata tra il 1534 e il 1545, esula da tali pagine).

Partendo da una documentazione di prima mano, per la maggior parte lettere e diari autografi di Michelangelo , lungo un monologo serrato si dispiegano poco per volta,  non solo il rapporto duramente contrastato tra l’artista e il Pontefice,  entrambi caratteri molto forti e aggressivi, ma anche gli infiniti dubbi e angosce di uno scultore obbligato a esprimersi tramite la tecnica pittorica, che non conosceva bene e che considerava a lui non congeniale. L’operazione prende comunque il via, mentre l’artista fiorentino, dominato dall’ossessione che il mondo gli sia ostile, si mostra perennemente insoddisfatto di sé e degli altri, umbratile, scostante, sgarbato. Dice Giulio II: “Volevamo un pittore e abbiamo trovato un padreterno… Che Dio ci protegga!” E lui comunque riconosce: “Non esiste confraternita più numerosa al mondo di quella degli scontenti. Ne diventavo membro ogni mattina, entrando nella Sistina. Per me, dominato dalla passione, dominato dall’arte, dominato dal fare, anche lavorare a questa enorme stanza, così simile a un granaio, è preferibile al nulla.

Molto interessanti tuttavia, al di là dei contrasti continui con la somma autorità papale, sono i complessi rapporti con altre figure importanti che circolano nella Corte romana in perenne fermento: dal Bramante al Baldassarre Castiglione, ma anche le sempre ingombranti presenze di Leonardo da Vinci e Raffaello. Del primo, che pure sembrava dargli poca importanza, Michelangelo scrive: “Ho visto tanti pittori dipingere un cielo come una macchia azzurra, ma nessuno come Leonardo trasformare una macchia azzurra in un cielo”. E del secondo: “A pochi passi da me, Raffaello stava conquistando Roma e il mondo con i suoi affreschi. Non riuscivo quindi ad averlo in simpatia. Ma, devo ammetterlo, per quanto distante dalla mia, nella sua pittura c’era una serenità che io non avevo nell’arte e nella vita.

Probabilmente il mio astio era frutto di una semplice e banale invidia”. Questo quanto riportava nei suoi appunti non solo di lavoro, dettati da una solitudine anche esistenziale che contraddistingue il suo periodo romano nel quale si è speso totalmente per colmare anche delle lacune sociali dalle quale si era volontariamente allontanato.Rifiutando anche l’eredità del Quattrocento, dove più o meno consapevolmente,ha messo fine ai canoni della sua tradizione artistica di allora  ridando contenuti a una pittura che si era trasformata in un semplice e cordiale esercizio.

A cura della Prof.ssa Maria Basile

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