Scrivere è come seguire un sentiero. Si parte da un punto senza sapere esattamente dove si finirà. E viceversa, camminare lungo un sentiero è come scrivere, almeno per me. Passo dopo passo, gli scenari si trasformano in frasi, i colori in parole, gli odori aggettivi. Una maniera per viaggiare due volte. L’ho pensato l’altro giorno, arrivata a Silvaplana, in Alta Engadina. Il sole già alto accendeva il villaggio con i colori dei mesi più caldi, nonostante i primi cumuli di neve sparati dai cannoni. Il contrasto tra il blu profondo del lago, il candore della neve e l’azzurro terso del cielo creava un effetto fiabesco talmente perfetto da sembrare irreale. Forse il frutto di un artista invisibile che, con il suo pennello, ha ricreato il Giardino dell’Eno – questo è il significato letterale di Engadina (Eno o Inn è il suo fiume) – per offrirlo alle creature in cerca di ispirazione, o semplicemente di armonia. Il piccolo castello arroccato sulle rive del lago – il Crap da Sass – costruito nel 1906 dal generale tedesco Graf von der Lippe, aggiunge un ricamo cavalleresco all’insieme.

Di fronte a tanta bellezza, non meraviglia che alcuni personaggi particolarmente sensibili e votati alle arti letterarie abbiano prediletto i villaggi dell’Alta Engadina come culle per i propri parti creativi. Tra questi, Marcel Proust e Herman Hesse, che hanno soggiornato a lungo a Sils, apprezzandone la quiete e il silenzio. Ma fu soprattutto Friedrich Nietzsche a legarsi profondamente a questa oasi idillica. La casa in cui il filosofo tedesco abitò, tra il 1881 ed il 1889, oggi è un piccolo museo. Si dice che fosse stato attratto dall’Engadina due anni prima, per la necessità di sfuggire alla calura estiva per lui intollerabile. Dopo di che, innamoratosi del luogo, scelse una casa rustica nel villaggio di Sils Maria e, per un franco al giorno, affittò una camera.

L’immensa solitudine che pervadeva allora queste alture doveva essere fonte di grande ispirazione per un pensatore come lui. È qui, infatti, che Nietzsche trovò l’estasi dell’Eterno Ritorno, ovvero il ritorno dell’uguale, il suo pensiero forse più abissale. “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa …”

Passeggiando lungo il lago, ho immaginato Nietzsche camminare per questi prati con l’animo in subbuglio e la testa in fermento. Si dice che quando aveva voglia di chiacchierare, andasse a trovare il prete del villaggio o l’insegnante della scuola, persone oneste che hanno tramandato con affetto il ricordo di questo professore così erudito ma al contempo modesto e sempre cortese. Tuttavia, nel profondo di sé, albergavano i suoi veri fantasmi, agitandolo con ombre fluttuanti che si sono tradotte nelle pagine più intense della filosofia tedesca.

Un pomeriggio, mentre vagabondava per i boschi di Silvaplana, si sedette accanto a una grossa formazione rocciosa – oggi dedicata alla sua memoria – non lontano da Surlej. Le acque del Lago Sils scorrono, oggi come allora, lungo questa formazione dalla maestosità di una cima e a guardarle pare proprio di sentir scorrere i pensieri del filosofo, cogliendo l’essenza del suo eterno ritorno.

Sicuramente Nietzsche non immaginava, allora, che a distanza di pochi anni questi luoghi tanto ameni e solinghi si sarebbero trasformati in rinomate località turistiche, perdendo forse parte del loro naturale fascino. Fascino dovuto anche al cosiddetto serpente del Maloja: un cordone di nebbia che, in tardo autunno, si leva lungo il Passo del Maloja, strisciando attorno alle sue pendici rocciose e scivolando portato dai venti ben oltre Silvaplana. Un fenomeno inquietante che si ripete eternamente, forse in ideale omaggio alla ciclicità concettualizzata da Nietzsche. Come direbbe lui: “l’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!”.

A cura di Paola Cerana

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