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Mi emoziona sempre percorrere un Passo. In pochi minuti d’auto si sguscia fuori dall’urbanità per risalire i tornanti che, come serpenti, scivolano addosso ai fianchi della montagna risalendola fino al suo culmine, prima di ridiscendere con lo stesso ondulante ritmo. Se si ha la fortuna di non incontrare molte auto, né moto, la catarsi che conduce dal basso all’alto è ancora più magica. E se si ha addirittura la possibilità di non dover guidare ma di essere presente solo come spettatore, allora la magia si fa ipnotica e l’abbandono dello sguardo provoca una fusione totale con l’energia del massiccio.

Ieri è stato il Julier Pass ad incantarmi, quello che collega Thusis a Sankt Moritz, in uno dei luoghi indubbiamente più affascinanti dei Grigioni. Un sole straordinariamente primaverile, per essere fine novembre, è giunto come un regalo da cogliere al volo per sfruttare ogni sfumatura che, ora dopo ora, avrebbe impresso alla natura. Dai 1684 metri del Lai di Marmorea, con i suoi riflessi liquidi verdazzurri, si passa bruscamente alla nuda roccia, immettendosi in un paesaggio tanto disadorno quanto solenne, talmente vasto che ti fa sentire immensamente piccolo. Dopo qualche chilometro, ecco i primi sprazzi di neve là dove il sole non riesce a posare i suoi raggi, qualche rivolo d’acqua imprigionato nel ghiaccio e poi roccia, solo arida roccia.

È verso i 2300 metri che qualcosa d’insolito s’insinua nel paesaggio, rompendo l’incantesimo con un inatteso effetto sorpresa, almeno per chi percorre questa strada per la prima volta. Una torre in legno amaranto, alta trenta metri, campeggia nel nulla più assoluto tanto da apparire come un miraggio. In realtà questo è un teatro – il suo nome è Origen – costruito nel 2017 su commissione di un’organizzazione omonima, che dal 2005 promuove la cultura grigionese e le sue tre lingue. Vedendola comparire così all’improvviso mi ha ricordato il fascino leggendario della Torre di Babele, sbirciando attraverso le finestre s’intravedono alcuni tavolini con delle sedie, forse anche qualche bicchiere, e la sensazione è stata quella d’improvviso abbandono. Come se le persone lì presenti fossero state costrette ad evacuare quegli spazi lasciando tutto così com’era, interrompendo ogni azione nel suo pieno divenire.

La cosa buffa è che in realtà, lo stesso teatro non dovrebbe esistere più. Almeno così era stato deciso in origine, stabilendo che il 2020 avrebbe dovuto essere l’anno della sua morte, una morte predestinata quindi, che suggerisse il senso di caducità della vita e la comparsa effimera delle creature viventi. Al contrario, Origen, anziché essere smantellato per sopravvivere solo nei ricordi, sta ancora lì al suo posto, a colorare il pietroso valico grigionese rendendolo unico. Forse, si sono dimenticati di lui, mi piace pensarlo, perché oramai sembra appartenere alla montagna, sfidando la sua stessa caducità.

a cura di Paola Cerana

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