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Il tempo della pandemia ripropone il tema di un ripensamento dei nostri stili di vita: siamo gente che vive la crisi in corso con uno stile sobrio? In questo momento storico ci giochiamo sulla dimensione interiore e sul profilo spirituale: riuscire a percorre un itinerario che ci riveli il senso profondo degli eventi che in questo 2020 hanno scombinato stili, consuetudini, prospettive, il tutto considerato – fino a qualche mese fa – un insieme di beni intangibili da parte di uomini e donne e da comunità umane.

In altre parole, con le recenti parole di Papa Francesco, siamo chiamati a riscoprirci “fratelli tutti”, partendo dalla cura personale della vita interiore che precede ogni forma di vita sociale. Per questo occorre una profonda spiritualità che si recupera con la capacità di meditare nel silenzio e nel cuore gli eventi che non si comprendono con uno stile umano nell’aiutare i bisognosi, con un modo di agire che custodisca la dimensione sociale e comunitaria. Solo un vero recupero della vita interiore renderà gli uomini e le donne della nostra generazione capaci di generare relazioni nuove che potranno toccare profondamente gli ambiti della vita sociale, della cura delle persone e delle relazioni interpersonali, della salute, di un rinnovato impegno nell’ambito dell’economia e della vita civile.  Siamo uomini e donne capaci di dare “luce e sapore alla vita” anche in questo tempo?

Proprio per custodire la vita sociale su un territorio, occorre proporre e favorire tutte le forme di vicinanza spirituale e umana alle persone: pensiamo ai poveri, ai bambini, agli anziani, ai famigliari delle persone positive e ammalate, residenti in abitazione o ricoverate negli ospedali, lontani dai loro cari. In questo tempo occorre agire con lo stile della solidarietà e della sussidiarietà, promuovere la cura delle relazioni anche online – durante le fasi di maggiori restrizioni – con il contatto tra le persone; rilanciare la cultura e la comunicazione digitale anche in questo di pandemia come espressione di civiltà.

Ognuno ricerchi la “sorgente della forza spirituale” per contribuire ad avere uno “sguardo sull’invisibile”: custodire anche con le mascherine sguardi capaci di andare oltre le difficoltà presenti per condividere il mistero della vita vera. Come affrontare tutto questo senza ansia e con uno stile sobrio, cioè vero ed essenziale? I nostri nonni praticavano le virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Le quattro virtù “cardinali”, chiamate così perchè cardine di un’esperienza virtuosa, richiamano uno stile di vita: «Se uno ama la giustizia, le virtù sono il frutto delle sue fatiche. Essa insegna infatti la temperanza e la prudenza, la giustizia e la fortezza» (Sap 8,7).

La prudenza è la virtù che dispone la ragione pratica a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati soprattutto nei momenti di crisi, quando le persone devono agire per il bene di tutti; la prudenza ci aiuta a decidere e ordinare la propria condotta seguendo questo giudizio.

La fortezza è la virtù morale che, anche nelle presenti difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene, ci rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare le prove dell’esistenza; ci sollecita al coraggio di giungere fino alla rinuncia e al sacrificio e guida il giudizio di coscienza, mettendoci continuamente in gioco con generosità.

La temperanza è la virtù che ci rende capaci di equilibrio nell’uso dei beni, conserva una sana discrezione ed evita gli eccessi, custodisce la vita con una necessaria «sobrietà».

Così la giustizia è la virtù che consiste nella costante e ferma volontà di dare al prossimo ciò che è dovuto, nel nostro agire verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane quella necessaria armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone, del mondo, della comunità umana tutta.

Il Covid19 ha accellerato processi culturali, sociali, economici in modo rapido e complesso. Un grande uomo del passato, Agostino di Ippona, intorno all’anno 388 circa scrive un’opera in cui racconta il suo travaglio interiore nel contesto dei grandi temi culturali e spirituali della sua epoca di cambiamenti. Prendiamo spunto perché anche noi possiamo  vivere autenticamente la nostra umanità. Immagino le sue parole come una lettera scritta a noi che, incerti e un po’ smarriti, stiamo vivendo questo drammatico frangente della storia: «Vivere bene altro non è che amare Dio con tutto il proprio cuore, con tutta la propria anima, e con tutto il proprio agire.

Gli si dà (con la temperanza) un amore totale che nessuna sventura può far vacillare (e questo mette in evidenza la fortezza), un amore che obbedisce a Lui solo (e questa è la giustizia), che vigila al fine di discernere ogni cosa, nel timore di lasciarsi sorprendere dall’astuzia e dalla menzogna (e questa è la prudenza)» nel “fare bene il bene” per la vita del mondo anche oggi da parte di tutti noi (cfr. Sant’Agostino, De moribus Ecclesiae catholicae, 1, 25, 46: CSEL 90, 51 – PL 32, 1330-1331).

A cura di Gianmario Lanfranchini – Sacerdote

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