“Un meraviglioso campo, irto di torri e aguglie naturali di dolomia… Lo scompiglio di quelle rocce è degno di essere veduto dal geologo; né altro luogo del Cantone offre così portentosa scena”. Con quest’immagine potente, il naturalista ticinese Luigi Lavizzari, nel 1885, descriveva una delle conformazioni montagnose più suggestive del Luganese: i cosiddetti “Denti della Vecchia” o “Canne d’organo”.

In effetti, la cima estrema attira lo sguardo da qualsiasi punto d’osservazione la si ammiri perché quelle guglie appuntite che si stagliano improvvise dalle pareti boschive fin su verso il cielo infondono al profilo delle Prealpi Luganesi un tocco fiabesco, un poco inquietante ma irresistibilmente attraente. Mi hanno sempre evocato le decorazioni dei castelli di sabbia che si fanno da bambini lasciando colare la sabbia bagnata sulla sommità del castello, fino a formare pesanti gocce e grumi allungati, simili a contorte stalagmiti.

In realtà, queste conformazioni tormentate raccontano una lunga storia che comincia nel Triassico superiore e geologicamente nascono dal distaccamento dei continenti europeo e asiatico da quello africano. Questa gigantesca cicatrice orografica rappresenta la Linea Insubrica, ovvero la linea di confine e di unione tra Svizzera e Italia, che si è perfezionata durante il Cretaceo. Calcari e dolomie sono l’anima di queste rocce a tratti pallide come la luna. I profili che si inalberano vertiginosamente disegnano sagome talvolta animalesche, altre umane: basta soffermarsi a guardare i picchi da diverse angolazioni per individuare il profilo di un uomo, il corpo di un elefante o, appunto, i denti di una vecchia.

Il Sasso grande, con i suoi 1492 metri d’altezza, è forse il più spettacolare dei torrioni ma la verità è che, risalendo il fianco della montagna, ognuno di essi si fa ammirare per la sua personalità. Un vero e proprio paradiso per gli amanti della scalata, ma anche un premio per i semplici escursionisti come me che, partendo dalla città, s’intrufolano nelle vene boschive della montagna per riemergere su queste rocce a due passi dal cielo. Diversi sono i punti di partenza e altrettanti i sentieri che portano fino ai Denti della Vecchia. Uno dei miei preferiti è quello che da Cadro sbocca all’Alpe Bolla, soffice alpeggio verdeggiante e accogliente con la sua Capanna, a poco più di 1100 metri d’altezza, da dove già sembra di poter toccare i Denti con una mano.

Ombrose faggete, pini mugo e molte specie di fiori in questa stagione accompagnano il cammino verso il Sasso Grande e i suoi fratelli minori. Stretti canaloni e selle impervie scolpiscono la montagna creando un’architettura surreale che culmina nelle lunghe dita rocciose puntate al cielo. L’immancabile croce campeggia da una delle rocce prima di arrivare alla vetta vera e propria, perché qui ogni montagna che si rispetti ha il suo simbolo sacro, slegato dal credo o dalla fede ma affine piuttosto a un sentimento di gratitudine verso la montagna stessa.

L’ultima volta che sono arrivata fin qui il vento soffiava prepotente e soffermandomi su un sasso proprio all’altezza della croce mi è parso di sentire come un suono, una musica, un’armonia proveniente da lontano che si diffondeva nell’aria come polline. In quell’istante ho pensato all’altro nome dei Denti della Vecchia: Canne d’organo. Ecco, forse, perché si chiamano anche così! Subito mi sono convinta che ci fosse un nesso tra lo strumento musicale e la montagna, dato da quelle note chiaramente udibili trasportate dal vento. Così, al mio ritorno a casa, ho indagato. Leggenda o storia poco importa: il fascino non cambia quel che ho scoperto leggendo che un giorno, molto tempo fa, nel Luganese accadeva qualcosa di molto strano.

In una certa zona situata nelle vicinanze dei Denti della Vecchia, si udivano le note melodiose di un organo che suonava; ma questo capitava raramente e siccome il posto non era abitato pochi lo avevano udito. I suonatori ambulanti e i cantastorie portavano la musica in spalla: nelle vie della città rallegravano grandi e piccini, nelle aie dei contadini animavano le feste campagnole, accompagnando le danze con ariette popolari e accontentandosi di poche monete buttate dalla finestra. Uno di loro, un certo Spallucci di Como, era giunto a Lugano col suo organetto caricato sul carro trainato da due cavalli. Una sera accadde che un calzolaio di nome Nicola si avvicinò a Spallucci e gli confidò di avere udito, nei boschi sotto i Denti della Vecchia, una musica meravigliosa.

Per Spallucci era una gioia inaspettata; ora aveva un’altra storia da raccontare, ma doveva saperne di più. Nicola lo accompagnò nella zona in cui aveva udito la musica e ve lo lasciò solo col suo organo da viaggio. Spallucci si mise a suonarlo direttamente dal carro e il suono si levò verso la montagna. Continuò così per ore fino a quando la sua musica richiamò un’altra musica, proprio come aveva pensato. Ma quello che udì fu il suono più celestiale che mai un musicista avrebbe potuto comporre. Le note sembravano uscire dalle nuvole e la melodia sembrava un canto di angeli. Non riusciva a capire da dove provenisse, ma davanti a lui si trovavano le guglie della montagna chiamata Denti della vecchia. Osservandola, Spallucci vide che le nuvole stavano tutt’intorno alla montagna, come se da sotto qualcosa le soffiasse via. Rimase sconvolto quando comprese che le guglie erano delle vere e proprie canne d’organo e che il suono usciva da quella montagna.

Poco dopo però il suono sparì, silenzio, vuoto. Spallucci tornò tante altre volte lì con il suo organetto a caccia della musica ma nessuna nota si levò dalla montagna. Pensò, allora, che la sua missione fosse quella di portare le sue storie in giro per altri paesi, raccontando di queste misteriose Canne d’organo, conosciute grazie a lui da tutto il mondo. Quello che invece nessuno sapeva è che, in verità, la montagna suonò ancora. Spallucci, alla fine della sua esistenza, tornò lì e si arrampicò di nuovo sulla guglia più alta. Con tutto il cuore sperava di poter ascoltare ancora una volta il canto degli angeli che l’aveva reso tanto felice di raccontare le sue storie al mondo. E così fu, per l’ultima volta.

Articolo a cura di Paola Cerana

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