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La Chirurgia Plastica viene spesso intesa come una chirurgia che interessa la cute, ed i tessuti molli quali muscoli e mucose, dando così una immagine molto riduttiva, perché nella sua interezza, essa si occupa in realtà, del ripristino di forme compromesse o perdute, che implicano ovviamente più strutture. Uno dei padri della Chirurgia Plastica italiana, Gustavo Sanvenero Rosselli, la definiva “chirurgia a quattro dimensioni”, dove per quarta dimensione, si intendeva la sequela, spesso lunga, degli atti necessari al compimento dell’opera di restauro, ed in sostanza del ripristino di una zona fortemente lesionata. La riparazione di parti corporee danneggiate per i più svariati motivi, dalle ferite da arma bianca, o malattie, od a traumatismi di vario genere, rappresentò sicuramente un qualcosa che le altre forme di chirurgia non avevano minimamente preso in considerazione, anche se il problema ovviamente, esisteva sin dai tempi più antichi.

Le ferite del volto e del naso a seguito di combattimenti con spade o altre armi taglienti, o come già menzionato malattie quali la sifilide, il lupus ed altre, sicuramente avevano posto il problema, mentre per quanto attiene alle malformazioni, soprattutto nella civiltà greca, sappiamo che i bimbi malformati venivano soppressi, ed i dati a riguardo su eventuali correzioni sono praticamente assenti. Già Celso (I° sec d.c.) però, si adoperò per procedere alla correzione di piccoli difetti di labbro, naso ed orecchio, piccole cose, ma che mostravano già un primo interessamento per la riparazione di situazioni compromesse. E’col Rinascimento artistico, ed il risveglio del culto della bellezza nel corpo umano, che si assiste però ad un incremento dell’attività riparativa, con interventi codificati e ben descritti, che prendevano ispirazione da tecniche antichissime modificate e migliorate.

Gaspare Tagliacozzi con il suo “De curtorum chirurgia per insitionem” 1597, esponeva in maniera chiara, la sua tecnica di ricostruzione del naso perso a seguito di ferite o malattie. I risultati, ottenuti dopo una serie lunga e dolorosa di interventi (la citata quarta dimensione) portavano a lavori evidentemente accettabili, anche se giova ricordare che il naso ricostruito era privo del supporto osseo e cartilagineo, ma comunque più che gradito ai pazienti.

E’proprio la poliedricità di questa chirurgia, le diverse soluzioni per ovviare ad un problema di ripristino, che Eduard Zeis, un chirurgo tedesco di fine ottocento, coniò il termine “plastica” derivante dal greco plastikos, ed il cui significato è proprio quello di plasmare e modellare. Il nome piacque e fu adottato a livello ufficiale e Chirurgia Plastica divenne una branca ben codificata e descritta con al riguardo infinite pubblicazioni. Al termine plastica, si associa generalmente quello di riparativa o ricostruttiva, che implica ovviamente diverse procedure di ricostruzione, abbracciando altri tipi di chirurgia quali la vascolare o la microchirurgia, fino alla complessa chirurgia cranio-facciale e quello di estetica, un termine che a livello di scienza medica piace poco, perché tutto quello che porta ad un miglioramento, è principalmente correttivo, anche se evidentemente, porta ad un miglioramento estetico.

Si può dire che il termine Chirurgia Estetica fa presa a livello mediatico, anche se in realtà fatica giustamente a staccarsi dal concetto ricostruttivo vero e proprio, ed è per questo in sostanza che, mentre esiste la Scuola di Specializzazione in Chirurgia Plastica, non esiste parimenti quella in Chirurgia Estetica, attenzione quindi a chi mette questa dizione nel proprio biglietto da visita. E’vero che nel tempo, alcuni interventi chirurgici hanno assunto un inquadramento principalmente estetico, quali ad esempio la mastoplastica additiva o la liposcultura, tuttavia la precisazione appare doverosa. Il futuro della Chirurgia Plastica si sposterà necessariamente oltre alle tecniche chirurgiche ormai ampiamente codificate, a studi approfonditi per esempio sulle cellule staminali, che costituiscono una frontiera molto stimolante per la proliferazione tissutale, anche se con alcuni limiti attuali, soprattutto per le cellule più indifferenziate, che portano ad un sacrifico dell’embrione, con soluzione quindi eticamente non accettabile, oltre che alle infinite possibilità che offrono macchinari elettromedicali quali il laser, la cavitazione, gli ultrasuoni multifocali ecoguidati e via dicendo.

In ogni caso per questa e tutte le altre specialità chirurgiche, la tecnica ha una parte assolutamente predominante, il che presuppone anni di studio affiancati ad una non meno rilevante pratica, per arrivare a quella sicurezza indispensabile per poter affrontare la lunga sequela della “quarta dimensione”.

Dott. Edward R. Battisti

Specialista in Chirurgia Plastica

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