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Ci sono cose al mondo che sembrano esistere da sempre. Impossibile pensare che “ieri” non ci fossero. Una di queste l’ho incontrata ieri per la prima volta, durante una delle mie fughe in libertà attraverso i boschi ancora pennellati di seducente foliage.

Risalendo a piedi da Rivera, nel Comune di Monteceneri, verso il Monte Tamaro, percorrendo inizialmente una mulattiera piuttosto impervia che tocca i Monti di Spina e il Piano di Mora, si approda all’Alpe Foppa, a circa 1530 metri d’altezza. Tre ore e mezzo di cammino per un dislivello di oltre 1000 metri attraverso maestosi castagni, faggi e femminee betulle che accompagnano l’incedere rendendolo più dolce anche laddove la fatica si fa un po’ sentire.

Giunti all’Alpe, a dare il benvenuto s’erge la Chiesa Santa Maria degli Angeli, progettata dal genio creativo di Mario Botta e realizzata insieme all’artista Enzo Cucchi. Ecco: uscire lentamente dal ventre boschivo della montagna e puntare gli occhi verso la chiesa dà la sensazione di trovarsi al cospetto di un miraggio. Un miraggio in lontananza che, piano piano, prende concretezza e s’imprime nella mente ancor più forte che allo sguardo. Impossibile immaginare quest’Alpe dai fianchi materni e accoglienti senza l’impronta prepotente che la Chiesa le ha definitivamente impresso.

Come fosse stata lì da sempre, appunto. Invece è dal primo settembre del 1996, data della sua inaugurazione ufficiale, che la Chiesa Santa Maria degli Angeli saluta gli escursionisti che si spingono fin quassù. Con i suoi giochi prospettici e simmetrici realizzati in porfido, nel tipico stile di Botta, sembra offrire un modo nuovo di leggere la natura, intrecciandosi ad essa. Risalire la scalinata e percorrere il ponte che porta alla campana affacciata sulla cresta delle montagne dà la sensazione di trovarsi su un gigantesco trampolino: lo slancio leggero verso l’infinito fa dimenticare di trovarsi su un edificio tanto possente e proietta direttamente verso un ideale “al di là” sulle ali fluttuanti di angeli invisibili. Forse è proprio questa la dimensione più intima e sacra che la Chiesa custodisce.

Trascendendo il suo valore architettonico, ogni dettaglio può diventare un invito a riflettere. Come gli “oblò” alla base, attraverso i quali penetra lo sguardo superando forma e materia per “toccare” le vette in lontananza. Come dire … dietro ogni orizzonte se ne profila sempre un altro e solo superando i propri limiti si può andare oltre. Non ho potuto accedere all’interno ma spiando dalle piccole vetrate ho intuito come la luce esterna giocasse a ricamare le pareti e il pavimento, creando un suggestivo gioco chiaroscuro.

Come ogni opera artistica, anche questa Chiesa regala emozioni e spunti per riflettere. Sensazioni rese ancor più profonde dal silenzio ovattato che ieri avvolgeva tutta l’Alpe in un surreale immenso vuoto riempito solo dal sole. Non una nuvola, nessun turista in vista, anche perché la telecabina verso il Monte Tamaro è già a riposo e solo pochi bikers o trekkers arrivano fin qui in questi giorni di dilagante incertezza.

E questo annullamento della dimensione profana della montagna l’ha resa ancor più sacra ai miei occhi, regalandomi un’esperienza in più da ricordare e raccontare.

A cura di Paola Cerana

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